Press & Critics

HALIDA BOUGHRIET - PANDORA

Opening: Thursday, October 20, 2016
October 20, 2016 - December 11, 2016
curated by Silvia Cirelli


From October 20th to December 11, 2016, the Officine dell'Immagine gallery in Milan is hosting the first solo show in Italy of the Franco-Algerian artist Halida Boughriet (Lens, 1980), one of the most creative talents on the emerging art scene. Curated by Silvia Cirelli, the exhibition Pandora's Box gathers together a wide selection of works never before exhibited in Italy, in an attempt to explore the versatility of a young performer who continues to surprise us with her polished, incisive aesthetics, intensely devoted to the difficult dynamics of the internal universe.

Known internationally for exhibitions at the Pompidou Centre or the Institut du Monde Arabe in Paris, Halida Boughriet likes to deal with issues relating to socio-cultural problems, identity, behaviour and geopolitics, not only those affecting the African world - with which she has close ties - but also those concerning current cultural history in general. Issues which are now, more than ever, causing instability, as a result of a sense of rootlessness, a lack of interpersonal communication and the need to "belong."
Using the body as the fundamental vehicle of expression, the artist stands out for her clear preference for particular forms of communication, which makes the performance the focal point. Reproduced with a series of photos, or simply documented on video, the performances presented in her works - which sometimes feature Boughriet herself - capture, according to the artist, the true power of emotional ambiguity. In a delicate balance, a mixture of beauty and suffering, flight and constraint, this young performer exposes the tensions of human behaviour, revealing its underlying fragility.

The central core of the exhibition is the series of photos Pandore (2014), which is also the inspiration for the title of the exhibition. Elegant interiors of Flemish inspiration, here reinterpreted in a contemporary way, reveal incredible mise en scènes in which a group of boys from the Parisian suburbs are the main protagonists. The sharp contrast between the sophistication of the immaculate setting and the incongruity of its visitors is further accentuated by their unnatural poses, clearly forcibly placed in a context where they do not belong.
The meticulous attention to staging detail is also seen in the series Corps de Masse (2013-2014), set in the enchanting rooms of the Museum of Art and History in Saint-Denis, France. The bodies of those in the shots - lit by an imaginative, intimate natural light to maintain their lyricism - move slowly and then unite into harmonious poses. The poses evoke the subjects of the paintings on display in the Museum's collection. Topics such as cultural memory and the importance of interpersonal cohesion are also central in the recent 2016 project Réflexion(s). This is a reinterpretation of the theory of the philosopher Leibniz which considers reality to be a mixture of perceptions - and indeed reflections - that must fuse together to create universal harmony. In this context, in Reflexion(s) the artist uses a mirror to involve the observer in the view of which "the other" is the protagonist: what the spectator sees is actually the reflection of what the photograph's subject is contemplating.
The exhibition continues with the video Autoportrait, in which the eyes of Boughriet herself literally become the mirror of painful collective memories; there is an incessant flow of images of war, destruction and suffering, which never seems to subside. The artist's body also gives "voice" to an unspoken anguish in the touching series Cri silencieux (2016) where the power of her silent cry, in the centre of the Square of Martyrs in Beirut, pushes the narrative to a really tense, perceptual level, making human emotions seem palpable.

For the opening, the gallery will host the performance Sans Titre (Afrique), which Halida Boughriet also staged at the Centre Pompidou in 2014. A sound composition created by the artist, based on music from Wagner's The Twilight of the Gods, Siegfried's Funeral March, will accompany the dancer Olga Totukhova as she dances on a carpet representing the map of Africa, particularly the continent's "hot spots"; those places in which there are ongoing wars and conflicts.

Il Dispari

HALIDA BOUGHRIET E LA SUA AFRICA By Bruno Mancini
LA SUA AFRICA TRA NOSTALGIA E DOLORE - A MILANO presso Officine dell’Immagine

Stati d’animo, emozioni legate alla sua terra, l’Africa a quelle zone abitate da povertà, guerre dove a regnare sono paura, angoscia e disperazione, sono restituite sotto un profilo nuovo, desueto attraverso il percorso artistico di Halida Boughriet (Lens, 1980), artista franco-algerina. voce emergente tra le più interessanti del panorama dell’arte contemporanea.
Attenta e ricercata sul piano stilistico ed espressivo, Halida Boughriet, che ha esposto con successo  in prestigiosi spazi come il Centre Pompidou e l’Institut du Monde Arabe di Parigi, da voce alle emozioni di un tempo passato e presente cui è legata restituendole con una nuova prospettiva.
Al centro del suo discorso artistico che unisce fotografia, performance e video sono presenti aspetti legati a problemi socioculturali, identitari, comportamentali e geopolitici legati alla sua terra, l’Africa, ma anche in generale alla realtà socio culturale di oggi, dove sempre più si coglie l’incomunicabilità tra individui e dove vige un profondo senso di sradicamento, nonché il conseguente bisogno di “appartenere” e sentirsi ascoltati. Questi aspetti e molto altro accompagnano le immagini semplici, ma complesse, incisive ed eloquenti della mostra a lei dedicata che inaugura a Milano il 20 ottobre 2016 presso la Galleria Officine dell’Immagine.
L’esposizione Halida Boughriet. Pandora’s Box a cura di Silvia Cirelli, prima personale presentata in Italia dall’artista, riunisce un’ampia selezione di opere mai esposte in precedenza che colpiscono gli occhi e la mente del visitatore sia per un’estetica attenta e ricercata nei dettagli, sia per la capacità di trasmettere il lato più fragile di una realtà umana di cui affiorano silenziose paure, incertezze e quel filo di speranza che forse ancora resiste.


Significative sono le azioni performative che attraversano diversi momenti della sua opera e di cui talvolta è lei stessa protagonista. Azioni performative espresse nelle serie fotografiche o documentate su supporto video che catturano perché immettono in un contesto che è ad un tempo naturale e artificiale, come  sospeso tra visione e azione, sogno e realtà. Attraverso un linguaggio versatile e originale Halida Boughriet fa affiorare le emozioni e le tensioni di un’umanità fragile e lesa dove affiorano bellezza e sofferenza, evasione e costrizione in un equilibrio precario. Lo si evince in modo particolare nella serie fotografica Pandora (2014) da cui deriva il titolo della mostra: in Pandora gli ambienti interni sono descritti con minuziosi dettagli, eleganti e raffinati che rimandano al genere fiammingo rivisitato in chiave contemporanea. Ambienti che diventano scenario inverosimile di sguardi, gesti e azioni di ragazzini dei sobborghi di Parigi ad indicare un contrasto tra un ambiente ricercato e chi vi è collocato, quasi a voler dichiarare l’estraneità di questi ragazzini ad un contesto distante dal loro vissuto cui faticano ad adattarsi come mostrano i loro gesti per nulla spontanei e naturali.
Accanto a Pandora è la serie Corps de Masse (2013-2014) con altrettanta attenzione ai dettagli scenici che danno risalto alle suggestive sale del Museo d’Arte e di Storia di Saint-Denis in Francia. La corporeità è espressa sia dalla presenza dei corpi dei personaggi fotografati e accompagnati da una luce naturale, sia dal loro emulare unendosi agli altri le pose dei soggetti dei dipinti esposti nel museo.
Emerge il rapporto con il passato e l’importanza della memoria che porta con se nostalgie e verità, e allo stesso tempo il bisogno di costruire legami tra persone; tematiche queste che si riscontrano anche nel più recente lavoro Réflexion(s) del 2016, in cui viene riletta la teoria di Leibniz secondo cui la realtà è considerata come una miscela di percezioni – e riflessioni, appunto – che devono fondersi insieme per un’armonia universale. Per questo lavoro viene utilizzato uno specchio per far provare allo spettatore la percezione che investe l’altro: lo spettatore infatti vede il riflesso di quanto viene contemplato dal soggetto della fotografia.

Di guerra, sofferenza e distruzione da testimonianza il video Autoportrait, attraverso gli occhi  dell’artista che si fa portavoce di vissuti che restano nella memoria. La sofferenza è centrale anche  nella serie Cri silencieux (2016) in cui il corpo dell’artista rivela un tormento inconfessato attraverso il suo grido silenzioso nel centro della Piazza dei Martiri di Beirut che diventa grido universale di un ‘umanità sospesa nell’attesa di un possibile cambiamento.
A proposito di immagini performative dove il corpo è protagonista, durante l’inaugurazione della personale di Halida Boughriet non poteva mancare la performance Sans Titre (Afrique), presentata dall’artista nel 2014 anche al Centre Pompidou. Si tratta di un componimento sonoro da lei realizzato sulle note de “Il Crepuscolo degli Dei!, “La marcia funebre di Sigfrido” di Wagner che farà da accompagnamento alla ballerina Olga Totukhova nella sua danza su un tappeto dove è ripresa la mappa dell’Africa, compresi quei luoghi dove guerre e conflitti sono ancora in atto.
Silvana Lazzarino

ARTSLIFE

Halida Boughriet con Pandora’s Box alle Officine dell’Immagine, dal 20 ottobre all’11 dicembre 2016.
Negli spazi della galleria Officine dell’Immagine, in zona Porta Romana a Milano, è stata inaugurata la personale dell’artista franco-algerina Halida Boughriet dal titolo Pandora’s Box.
Per questa artista un passato di mostre importanti sul territorio francese, tra cui spiccano progetti e collettive all’interno di istituzioni autorevoli come il Centre Pompidou ma soprattutto la partecipazione a una mostra sorprendente come Le Corps Découvert all’Institut du Monde Arabe di Parigi, mostra che, coraggiosamente, si prefiggeva l’obiettivo di mostrare la rottura del tabù del nudo e dell’ostentazione del corpo nella cultura orientale attraverso il lavoro di alcuni artisti. Lì Halida Boughriet presentò la serie Mémoires dans l’Oubli, fotografie di grandi dimensioni raffiguranti anziane donne algerine, vedove e reduci della guerra franco-algerina, in posa come modelli dei grandi quadri di tema orientale di Delacroix e Ingres: le ultime testimoni del contrasto tra Algeria indipendentista e Francia coloniale trasformate in tòpoi della storia dell’arte occidentale.
Qui alle Officine il titolo della mostra deriva da un’altra serie dell’artista, Pandore, iniziata nel 2014. In queste ‘messe in scena’ che ricordano la pittura rinascimentale e interni d’ispirazione fiamminga sono protagonisti alcuni ragazzini dei sobborghi parigini. Anche qui l’ispirazione derivata dalla storia dell’arte marca un netto contrasto fra la ricercatezza dell’ambientazione e l’estraneità dei suoi ospiti, che viene accentuata dalle loro innaturali pose, richiamando così un tema caro all’artista, ovvero lo straniamento derivato dallo sradicamento culturale e identitario dei francesi di origine araba e africana.
Oltre ad ospitare altri lavori, in occasione dell’inaugurazione della mostra è stata riproposta la performance Sans Titre (Afrique), già al Centre Pompidou nel 2014: sulle note di un commento musicale ispirato al Götterdämmerung di Wagner (nello specifico alla marcia funebre per Sigfrido del terzo Atto) la ballerina Olga Totukhova ha danzato su un tappeto raffigurante la mappa dell’Africa e le “zone calde” del continente, luoghi in cui sono tutt’ora in atto guerre e conflitti. Arte e problemi dell’attualità.

Autore Tommaso Sante Monorchio 
http://www.artslife.com/2016/10/27/halida-boughriet-con-pandoras-box-alle-officine-dellimmagine/

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Richard Taittinger Gallery: Guess Who's Coming to Dinner?
BY Amy Lin

Questioning Bias Trough Guess Who’s Coming to Dinner? exhibition
Although the show borrowed its title from the classic 1967 movie, its symbolism is in closer connection to previously quoted Chika Okeke-Agulu observation. The goal of the exhibition is not only to present works of African artists but also to question stereotypes often connected to them. In the global art market African art is usually seen through the lenses of identity politics. Guess Who’s Coming to Dinner? group show aims to change bias and fixed assumptions about African art by presenting their intimate artworks with the international subtext. Guess Who’s Coming to Dinner? celebrates the raising impact of African artist in the art world. The influence was particularly visible at this year’s 56th edition of Venice Biennale. Not only has the Biennale appointed a Nigerian-born Okwui Enwezor as its director, but it also featured an impressive number of African artists
Intimate Artworks at Richard Taittinger Gallery in New York
Guess Who’s Coming to Dinner? group show will present versatile artworks but contemporary photography seem to be dominating the show. Ethiopian photographer Aida Muluneh will exhibit the works from her The Wolf You Feed, series that deals with African cultural heritage, rituals and ceremonies but also with issues such as exile, loss and disillusionment. Algerian artist Amina Menia has been traveling her homeland taking pictures of public sculptures since 2009. Her Chrysanthèmes Series of photographs is focused on commemorative stelae and monuments dedicated to martyrs. The series is questioning memories attached to certain places and sites. Another Algerian artist, Halida Boughriet will exhibit a series of her acclaimed Pandora images. For this series, Halida Boughriet took pictures of children in their home while exploring the relationships that human bodies maintain with the space they live in. Guess Who’s Coming to Dinner? exhibition will also include a series of unusual family portraits by Amalia Ramanankirahina.

Understanding Contemporary African Art’s Hard-won Rise to the Art World Main Stage Artsy Editorial

By Julie Baumgardner
Jul 21st, 2015 1:21 am

That “Contemporary African Art” is a collecting category encompassing 54 countries, 1.1 billion people, over 2,000 spoken languages, multiple thousands of native tribes, and near equally split between the traditions of Islam and Christianity, surely presents a slew of problematics. Africa’s unity lies more in outsiders’ perceptions of geographic continuity. However, contemporary Africa, in all its pluralism, is also united by a seemingly unexpected entity (unexpected especially to those outsiders): art.

The continent is brimming with artists, and not just El Anatsui, who for the last 40 years mostly has been the only artist that Westerners can cite as the African artist from the second-largest continent. While Anatsui, wonderful in so many ways, couldn’t be a better-suited ambassador, his bottle-capped sculptural murals illustrate, as the Nigerian proverb sums up, that “a single man can not build a house.” The house is, instead, a homegrown network of engaged and dynamic art practices, which have been rigorously developing without the aid of traditional art world avenues: collectors, galleries, and art schools. (Though, those avenues are, for the most part, what is leading the West to acknowledge Africa’s scene.)

Nigerian-born artist, art historian, and curator Ugochukwu-Smooth C. Nzewi knows the landscape well and has devised an impressive survey of it at New York’s Richard Taittinger Gallery. “One wonders